VERSO LA SECONDA SCONFITTA

Il dado è tratto. Dalle dichiarazioni sulla trattativa della riforma del Lavoro, emerge chiaramente che ormai i giochi sono fatti. Il Governo con l'aiuto di Bersani è riuscito a mettere sotto pressione un sindacato (la CGIL), che non ha alcuna volontà di mettere i bastoni fra le ruote. E che punta a portare a casa la bandiera dell'articolo 18. Non importa se depotenziato o reso inutile, ma l'importante è segnare il gol della bandiera. Per il resto la linea della riforma è quella di un governo ultra liberista che continua a curare il malato con le stesse cause della sua malattia.
Nei due documenti delle proposte di riforma del mercato del lavoro si legge che l’obiettivo è quello di contrastare il fenomeno della precarizzazione del lavoro. E che per raggiungerlo si seguono tre linee d’intervento: sulla flessibilità in entrata (contratti di lavoro); sulla flessibilità in uscita (art. 18); sugli ammortizzatori sociali.
Nel testo si legge, appunto, la parola flessibilità, ma che al netto della propaganda si traduce nel suo vero significato: precarietà. E nella riforma infatti non si vedono estensioni di tutele ai lavoratori precari.
Sulla flessibilità (precarietà) in entrata non viene previsto alcun taglio alle vigenti tipologie contrattuali, ma l’introduzione di disincentivi al loro utilizzo. Proposte che nella maggior parte dei casi sono state formulate nel XVI Congresso della CGIL («riunificare il mercato del lavoro», 2010). E che se pur usate nella trattativa come "merce di scambio" non sembrano in realtà dispiacere alla ministra Fornero, per cui il buon senso politico poteva dire alla CGIL di alzare ancora un po' l'asticella della trattativa.
Sugli ammortizzatori sociali. I co.co.pro., i precari con la P maiuscola, restano a bocca asciutta. Non c’è alcuna tutela per i collaboratori a progetto, anzi c'è l'abrogazione dell’unica provvidenza di cui disponevano. La riforma prevede, infatti, che siano eliminate: l'indennità sulla mobilità, gli incentivi per iscritti nelle liste di mobilità, la disoccupazione nei casi di sospensione, la disoccupazione per apprendisti e una tantum per co.co.co./co.co.pro.
Sulla riforma dei licenziamenti. La tesi più accreditata sembrerebbe quella del modello tedesco. In cui il licenziamento diventerebbe possibile per motivi disciplinari e per motivi economici. Con la possibilità per il lavoratore nel primo caso, di poterlo impugnare davanti ad un giudice.
Queste sono le linee su cui è indirizzato l'accordo e stranamente per una trattativa così importante, e per una sconfitta così epocale (del lavoro) sono tutti contenti. Probabilmente perchè nello scacchiere chi non ha voce è proprio il lavoro vivo. Considerare infatti, la rappresentanza dei sindacati confederali espressione del mondo del lavoro, è impresa che ritiene ormai al campo della fantasia.
I motivi sono anche facili da spiegare. Uno fra tutti, è che se la CGIL sul piano formale è considerato un sindacato, sul piano materiale si avvicina molto di più al modello d'impresa. Un'impresa sui generi, che ha il compito di governare e gestire i flussi economici relativi alla burocrazia lavorativa e alla formazione. Tanto che ormai la triade sindacale è definita "L'altra casta". CGIL, CISL, UIL possono essere analizzate come l'ottava azienda italiana, che gestiscono dei veri e propri salvadenai che sono i Caf (centri di assistenza fiscale) a cui ci si rivolge per le dichiarazioni dei redditi.
Ma la domanda che in molti si pongono alla vigilia della seconda grande sconfitta, dopo quella sulle pensioni, è quali saranno le ripercussioni interne al sindacato. Ieri un primo termometro della situazione lo abbiamo visto con lo strappo deciso della maggioranza Cgil, che ha convocato una riunione dei segretari nazionali di categoria e della camere del lavoro regionali per decidere cosa fare nella trattativa, escludendo, contrariamente alla prassi di sempre, la minoranza de "la Cgil che vogliamo". Questo passaggio giustificato come semplice incontro conoscitivo e non decisionale, pone un problema evidente sullo stato della democrazia interna del principale sindacato di lavoratori.
All'attuale non resta che seguire gli sviluppi di questa trattativa di cui conosciamo bene i binari in cui si muove, consapevoli del fatto che il piano del conflitto capitale lavoro e già slittato su altri punti.
Bada Nasciufo

IL SILENZIATORE SUL CONFRONTO

Consegna del silenzio per tutte le parti sociali, all'uscita dell'incontro con Fornero. Ma il documento del governo disegna un mondo senza diritti e (quasi) senza tutele per i lavoratori Niente più cigs per le aziende che chiudono e mobilità sempre più corta. Nasce l'Aspi(de?)

Una giornata particolare. Ma Ettore Scola c'entra solo per quel sottile profumo di regime che emana ormai dai piani alti dei palazzi. Non è una forzatura. Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, uscendo dall'incontro, ha detto papale papale: «Abbiamo convenuto con il governo che i contenuti di questa conversazione rimarranno patrimonio di coloro che li hanno fatti». Bocche cucite, insomma. Il che non permette di pensar bene di quel che sta accadendo dentro quelle stanze, altrimenti sarebbe tutto un fiorir d'annunci gaudiosi e un po' vanagloriosi.
Tanto più che mentre diceva questo, molti siti pubblicavano il testo originale - in «pdf» - della proposta del governo discussa al tavolo. O si tratta di una smagliatura pesante nel «circuito della sicurezza» governativa, oppure è una delimitazione circostanziata del terreno di gioco. da cui nessuno dei presenti può più, a questo punto, chiamarsi fuori.
Le dichiarazioni dei protagonisti, prima, per farsi un'idea del «clima» dopo la discussione. Il tema al centro dell'attenzione mediatica era comunque l'art. 18, cartina al tornasole di una scomparsa - oppure no - del soggetto sindacale nel futuro di questo paese. Ma la «ciccia» sul tavolo era anche più consistente. Andiamo con ordine.
Tutti - ed è un aspetto quasi preoccupante, avendo presente il testo - hanno detto che ora c'è un «clima positivo», «sono stati fatti fatti avanti», ecc. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil e fin qui - malgré soi - dipinta come la «signora No» della trattativa, usciva dicendo: «Diciamo che è ricominciato un confronto utile e costruttivo, mi pare stiano maturando cose positive e c'è l'impegno a costruire un sistema di tutele universali». Proveremo a vedere quali, avendo sott'occhio la bozza Fornero.
Art. 18. Per Bonanni «può essere ristrutturato, anche un grande partito come il Pd si è reso disponibile». Curioso, visto che il partito di Bersani non è una «parte sociale» ma uno dei partiti che sostengono il governo. Evidentemente serviva una «copertura» per la disponibilità mostrata già in mattinata dal segretario Cisl, da anni un «apripista» per qualsiasi accordo «a perdere» venga proposto dal governo in carica (faceva così con Berlusconi, Prodi e ora con Monti). In pratica, però, era un'apertura alla richiesta - comune a Fornero e Confindustria - di eliminare sia la parte che riguarda i licenziamenti individuali per motivi economici che quelli per motivi disciplinari. Resterebbe in vigore solo per quelli chiaramente «discriminatori»; ossia per ben pochi casi.
Contratti precari. Vengono «stretti i bulloni» per limitare gli «abusi», ma la macchina della precarietà resta in piedi alla grande. Il contratto a termine è quello che subirà le limitazioni maggiori, ma è anche quello da cui ci si attende «un incremento del costo contributivo destinato al finanziamento dell'Aspi (vedi sotto, ndr)». Idem dicasi per l'apprendistato («canale privilegiato d'accesso al mondo del lavoro»), i part time, il lavoro a chiamata,i co.co.pro., le partite Iva e l'«associzione in partecipazione con apporto di lavoro». Restano, non scompaiono. Vengono promessi più «controlli». E basta.
Ammortizzatori sociali. Qui «l'ecatombe sociale» intravista da Bonanni assume contorni danteschi. Ammesso e pure concesso che abbiano assunto «un ruolo improprio di sostituzione di uno strumento assistenziale di cui il paese è sprovvisto», la soluzione individuata è meno tutele, ma per tutti. La ratio ideologica non cambia: «separare la tutela sul posto di lavoro da quella sul mercato». Tradotto: devi essere licenziabile e «incentivato» a cercarti un altro lavoro. Per questo ci verranno tolti quasi tutti gli ammortizzatori sociali, secondo un dettagliato «programma di transizione» che - in tardissima serata - è stato nuovamente traguardato al 2017, anziché al 2015. Ma sono parole, è la «carta» a dover esser letta.
E la carta dice che - dal 2013 per il Centronord, dal 2014 per il Sud - scompariranno un mare di ammortizzatori di lunga durata. La cassa integrazione resterà solo per le crisi temporanee o per ristrutturazione, mentre sparisce quella «per cessazione di attività» (della durata di 2 anni, e riguarda direttamente noi de il manifesto), quella in deroga, ecc. La «mobilità» subisce un'amputazione pesantissima. A seconda delle fasce di età e di collocazione geografica, si riduce per tutti - dal 1 gennaio 2013 al 2016 - a un massimo di un anno per gli «under 55» e di 18 mesi per gli «over».
Tutto per portarla al livello dell'Aspi(de?) - assicurazione sociale per l'impiego - che a ragime sostituirà tutte queste forme per soli 12 mesi (18 per i «vecchietti»), con un tetto massimo di 1.119 euro (lordi). Una finezza conclusiva: viene abolito il limite minimo. Ci mancherebbe pure, pretendere un «minimo»...
Francesco Piccioni

SFREGIO GAGLIARDO A PONTIDA


Ieri mattina all'alba è stato un traumatico risveglio per la terra padana. Nella notte profanato da mano ignota e scaltra il "Sacro Suolo della Libertà", come il Senatur, seppure con le evidenti difficoltà espressive, ama definire il terreno di Pontida. Un brutto risveglio per chi, gettando l'occhio sul prato del raduno fondativo, ha scoperto alla mattina la gagliarda correzione: al posto del ben noto slogan "padroni a casa nostra" un ben più adatto alle circostanze "ladroni a casa nostra".
Quella grande scritta, su quella grande murata che ogni anno accoglie il popolo piadino per il consueto raduno, è ora uno sfregio vergognoso.
Il nostro pensiero va (ovvero il nostro "va pensiero") alla vicenda che vede indagato l'amico Boni per un giro di allegre tangenti, ma anche ai conti off shore in Tanzania e al fallimento della banca padana "CrediEuroNord", con cui i risparmi della base leghista si sono volatilizzati.
Anche il prato di Pontida è patrimonio comune del Carroccio, visto che la Lega Nord ne sollecitò l'acquisto attravverso i cosiddetti BTP, che significa Buoni Terreno Pontida (sembra uno scherzo ma è vero). Anche in quel caso fu una catastrofe economica, in cui fu provvidenziale l'intervento di salvataggio del "buon" banchiere-faccendiere Fiorani.
Insomma, che dire.. Buona Padania a tutti e tutte!
LADRONI A CASA NOSTRA

NO TAV E QUADRO POLITICO ITALIANO

Un piccolo grande movimento

Il No Tav è stato fin qui un grande piccolo movimento. Grande per la sua convinzione e generosità, per la sua inclusività, per la capacità forse senza pari in Europa di anticipare i nodi generali della crisi del debito. Ma, dato il sostanziale isolamento e nonostante tutti gli sforzi in contrario, ancora costretto dalla controparte a un terreno in prima battuta specifico e “locale”. Bene, oggi si può dire che il No Tav è diventato un piccolo grande movimento.
Grazie alla marcia Bussoleno-Susa e alla reazione messa in campo contro l’allargamento del non cantiere la questione alta velocità è diventata a tutti gli effetti una questione nazionale e generale. Su più piani distinti ma intrecciati.
Innanzitutto, e per la prima volta in maniera così chiara, chi si è mobilitato nelle città grandi e piccole non ha semplicemente dato solidarietà alla valle militarizzata ma ha sentito che in gioco è il futuro di tutti/e. E se a scendere direttamente in piazza sono stati soprattutto giovani, segnale di per sé eloquente, è tutta l’opinione pubblica che è stata richiamata a prendere posizione su un punto semplice quanto cruciale. Alta velocità: con i soldi di chi e per fare cosa dentro la crisi?
E anche la manifestazione Fiom avrebbe avuto la stessa risonanza senza la sconvolgente settimana No Tav? Siamo convinti di no e speriamo che la Fiom ne prenda positivamente atto andando oltre i limiti oramai non più sostenibili di una risposta chiusa nei limiti del “sindacale”.
Ma passiamo al variegato fronte avversario, quello che si dice convinto e compattissimo.
Per intanto, il governo sedicente dei tecnici nella miseria della risposta che (non ) ha saputo dare alle questioni poste dal movimento – che non fossero le manganellate – ha iniziato a disvelare la sua natura tutta politica di governo del “partito preso”. Non è poco averlo costretto a questo. Soprattutto se mettiamo in fila un paio di fatti.
Primo: è sempre più evidente a tutti che c’è un patto (tacito? chiederlo a Napolitano…) tra il Monti dei banchieri da un lato e il berlusconismo dall’altro. E questo patto passa non contro ma anche attraverso (parte importante del)la magistratura: vedi processi Mills e Dell’Utri. E non si tratta solo di vicende giudiziarie con annesse neo-mafie (a proposito, signor Caselli: chi lotta veramente contro la mafia là dove essa si annida, ovvero nei meccanismi dell’economia delle grandi opere e del debito?), ma di reti mediatiche, capitali da proteggere, interessi da non toccare ecc.
Secondo: mentre qualcuno ha ricominciato impunemente a farsi gli “affari suoi”, Monti sa andare giù secco solo sui soliti noti, dalle tasse sulla casa all’attacco a diritti e ammortizzatori sociali di chi lavora come dipendente o piccolo produttore o, ancor più, di chi il lavoro lo perderà nella recessione che avanza, e senza nulla dare ai precari.
Terzo: sembrava almeno che questo governo avesse recuperato in prestigio internazionale in modo da limitare i danni dello spread. La doppia vicenda dei marò in India e dello schiaffo inglese in Nigeria (al di là di ogni valutazione in merito, che non può accodarsi al meanstream) dicono il contrario. Dunque, se la tempesta finanziaria si è momentaneamente calmata è solo perché è Monti che sta “calmando” banche e mercati con i soldi presi alle pensioni, con le garanzie statali ai debiti finanziari, con i provvedimenti prossimi sul fronte del lavoro. Fino a quando?
Se il change di Obama è finito dopo pochi mesi nelle grinfie della finanza, da noi non si vede neanche un minimo accenno di cambiamento.
C’è poi il triste piano dei partiti. Il movimento No Tav le sta suonando di santa ragione all’apparato Pd, porta scompiglio tra la sua base elettorale, costringe a riposizionarsi chi si colloca, per lo più solo verbalmente, alla sua “sinistra”. Anche questo non è poco: è il movimento a porre la sua agenda costringendo gli altri non solo ad esprimersi su di essa ma facendone una cartina di tornasole di molte altre questioni, dentro il quadro della crisi. E non vale solo per il centro-sinistra. Parodiando si potrebbe dire: Lega ladrona, la Valsusa non perdona…
Insomma, il movimento non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità che la trasversalità del partito dell’alta velocità si è rovesciata in una mezza débacle per lor signori. Sta a indicarlo anche qualche timido segnale di dubbio che traspare qua e là financo nelle pagine della schieratissima Repubblica (nelle parole del suo patròn De Benedetti, nelle uscite di Saviano e di Curzio Maltese…). Non si tratta certo qui di un ripensamento ma della presa d’atto minima di un dato fondamentale: lo scollamento crescente tra l’insieme della popolazione italiana e le istituzioni, il vacillare anche nel ceto medio “riflessivo” (che qualche attesa verso il primo governo postberlusconiano ce l’ha avuta) della credibilità in un piano di sacrifici “equi”, la delusione di fronte alle ricette economiche e sociali di sempre, proprio quelle che ci hanno condotto nel baratro della crisi, l’(ab)uso sciagurato del patrimonio di conoscenze accumulato.
Tutto ciò non vuol dire che la strada per il movimento sia in discesa, e tanto meno che si possa fare affidamento su possibili ripensamenti o italici giri di valzer di qualche avversario disorientato. Vuol dire però che le forze e le modalità fin qui messe in campo - quell’equilibrio ricercato ogni volta tra la ricerca di consenso largo e l’efficacia della resistenza, tra la radicalità e l’inclusività crescente - questo equilibrio va nella giusta direzione. Così come sta pagando la risolutezza e la dignità messe in campo nel non stare con le mani in mano di fronte all’illegalità palese di leggi e misure ingiuste.
Questa può essere l’arma vincente non solo in Valsusa ma in ogni situazione in cui la crisi porterà all’alternativa: o la borsa o la vita. E non saranno poche, queste situazioni, in futuro…
Raffaele Sciortino

PASOLINI E IL MOVIMENTO NO TAV

Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente. Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12
dicembre”, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.
In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.
Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.
In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti “stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.
In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.
Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.
Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.
Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.
Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.
Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.
L’imposizione di una visione della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica.
In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.
Lucio Garofalo

TEATRINI E MARIONETTE

Susanna Camusso, iscritta Confindustria, sotto-segretaria della ministra Fornero...

Potrebbe sembrare una provocazione inopportuna, certo però gli ultimi passaggi della segretaria generale non lasciano più adito a molti dubbi circa la collocazione del "più grande sindacato d'Italia". Dopo il mancato appoggio al corteo della fiom di venerdì (e i meritati fischi all'impresentabile "bonzo" piemontese Vincenzo Scudiere - cui facevano da contraltare gli applausi per Sandro Plano, rappresentante istituzionale dei notav) Susanna Camusso ha affermato senza tanti giri di parole che la Tav si deve fare perché - ha detto - "al paese serve sviluppo". Di quale sviluppo, con quali risorse, per quali finalità non sembra preoccuparla. Quel che importa è accodarsi velocemente dietro il carrozzone che lega il suo sindacato alle "strategie" di Confindustria e del governo tecnico. Significativo, a questo riguardo, che con tutti i limiti politici e di opzione strategica un sindacato "pesante" come la fiom (addetto cioè a rappresentare una forza-lavoro che trova sostentamento da un'industria appunto pesante) qualche problemino a questo riguardo se lo ponga da qualche anno, avendo ben presente che la produzione di autovetture senza ricerca in motori meno inquinanti e più sostenibili sarebbe comunque poco strategica, dannosa..etc ..etc.. Una Cgil che rappresenta ampiamente settori quali la formazione e il servizio pubblico dovrebbe tendenzialmente essere molto più disposta a ragionare su percosi alternativi (meramente riformisti intendiamo) di conversione, di altri modelli di sviluppo. Proporre almeno un dibattito pubblico sul tema. Invece, tutto quello che muove Susanna & co. sono solo tavoli di trattative e accordi totalmente sganciati dai processi reali oggi in corso nel paese.
Unico obiettivo che la Susanna si pone è la difesa strenua dell'art.18 come ultimo baluardo di una sinistra che non c'è più. Intendiamoci, l'articolo 18 va difeso (come, non è tanto chiaro dal momento che il sindacato che ne sta facendo bandiera non dà alcuna indicazione tendenziale aldilà delle dichiarazioni a mezzo stampa), perché è chiaro a tutti che in cambio e oltre non c'è nient'altro che una più snella ed "efficace" capacità di licenziamento delle imprese. Quello che puzza in questa battaglia di parole è appunto che sa tanto di retorica gridata ai quattro venti e nulla più. Il comportamento della Cgil sull'articolo 18 ricorda tanto, mutatis mutandis e con tutte le dovute proporzioni del caso, quello del Pci in occasione della storica battaglia dell'80 a Mirafiori. In quell'occasione il Partito Comunista del tanto rimpianto Berlinguer (certo non da noi) condusse una battaglia di pura rappresentazione in difesa di una composizione di classe battuta e sorpassata da un attacco padronale che aveva già ristrutturato a fondo i modi di funzionamento del lavoro (col beneplacito di partito e sindacato).
Senza alcuna tentazione dietrologica, il comportamento della segretaria e di tutto il suo entourage sembra tanto agitare un fazzolettino rosso mentre il nodo del contendere è già altrove, nelle altre norme che si stanno discutendo, in questa contrattazione al ribasso su un sussidio da fame (tolto a pensioni, cig e mobilità) e su licenziamenti più facili, giustificati per motivi "economici" e "disciplinari (con quali discrezionalità? si tratat in effetti di uno svuotamento effettivo del tanto proclamato art. 18), accordi.
Last but not least, l'ultimo immancabile appello ...allo "sviluppo"...
Non c'è che dire, siamo proprio di fronte a una bella messinscena. Da una parte i burattinai (Fornero, Marcegaglia, Camusso e chi per loro), dall'altra i pretesi burattini che dovrebbero agitarsi su livelli di mera indignazione, stornati dall'essenzale e poi ben serviti da decisioni che vengono sempre prese altrove.
Per fortuna ogni tanto qualche burattino inizia a tagliare i fili e a muoversi con un po' di autonomia in più.
Maelzel

TAV, RISPOSTA AL GOVERNO

I compitini frettolosi passano, i disastri restano.

Il Governo italiano ha frettolosamente pubblicato, di fronte alle imponenti manifestazioni di dissenso alla proposta grande opera “Alta Velocità” Torino-Lione un breve documento di 9 pagine “TAV Torino-Lione: Domande e Risposte”. Nel mondo scientifico e tecnico, questo documento – evidentemente un disperato e veloce tentativo di giustificazione in mancanza di argomentazioni serie - ha causato imbarazzo e costernazione. Fa davvero specie riscontare un documento firmato dal Governo, e del quale il “tecnico” Monti si prende in qualche modo la responsabilità, l’affastellarsi di affermazioni approssimative, errate, e soprattutto – questa la cosa più grave - prive di fonti e studi verificabili a loro supporto. Lo scrivente, insieme ad un gruppo di tecnici e studiosi “seri”, sta elaborando un documento che metta in evidenza l’imbarazzante pochezza di questo compitino di nove pagine, evidentemente messo a punto allo stesso modo di quando noi, studenti delle medie, facevamo i compiti per la giornata scrivendoli sul tram che ci portava a scuola.
Mi fa specie dover utilizzare parole così forti, ma sono le stesse che utilizzerei se, commissario in un concorso, avessi la ventura di dover esprimere un giudizio scientifico su questo documento governativo: come è possibile che il governo ancora oggi non faccia uscire uno studio o un complesso di studi a supporto delle sue affermazioni che siano analizzabili e criticabili da esperti indipendenti? Gli organi di stampa hanno pubblicato queste risposte governative, presentandole come risposte alle obiezioni degli esperti contrari (che non pubblicano mai), ma appunto gli esperti contrari continuano a battere sul tasto che i fondamenti delle affermazioni governative continuano a non essere reperibili. In altre parole: non sono stati resi pubblici gli studi e i documenti che comprovano le posizioni del governo, in modo da consentire a chiunque, ma in special modo agli ambienti "scientifici", di analizzarli e se del caso criticarli. Questi, professor Monti, sono i “fondamentali” che dovrebbero stare alla base di un qualunque confronto su base scientifica, e non di propaganda.Parlando di merito, farò un esempio unico, che concerne quel che mi compete. Dice il documento: “Il progetto non genera danni ambientali diretti ed indiretti. L’impatto sociale sulle aree attraversate, sia per la prevista durata dei lavori sia per il rapporto della vita delle comunità locali e dei territori attraversati è assolutamente sostenibile.”. Una affermazione molto netta, e basata sulle nuvole. Vediamo invece la realtà.
La valle di Susa è stata per 40 anni oggetto di cantieri per grandi opere: la diga internazionale del Moncenisio, il raddoppio della ferrovia e dei tunnel ferroviari, il tunnel autostradale e l’autostrada del Frejus, poi l’impianto e la centrale idroelettrica di Pont Ventoux, una delle più grandi d’Italia, senza contare le opere minori: la pretesa “sostenibilità” della nuova opera non viene mai valutata considerando l’impatto ambientale di quanto è già presente, che non è poco.I cantieri – durata prevista 10 anni, durata reale, estrapolando le esperienze dei precedenti cantieri dello stesso tipo, almeno il doppio - danneggiano gravemente la salute degli abitanti: lo stesso studio di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) presentato da (la ditta proponente l’opera) calcola un incremento del 10% nell’incidenza di malattie respiratorie e cardiovascolari a causa dei livelli di polveri sottili prodotte dai cantieri. In base alle statistiche attuali questo aumento corrisponde a circa 200 morti in dieci anni. Quel documento considera soltanto le polveri sottili PM 10, senza considerare le polveri sottilissime PM 5 e PM 2,5: attendiamo quindi una valutazione seria su questi aspetti, che tuttora manca.
Sarebbe comunque sbagliato stimare i danni solo in base all’incremento delle malattie e della mortalità: la loro presenza indica uno stato di deficit di salute che colpisce tutta la popolazione, anche quella che non si ammala. Bisogna poi considerare l’effetto di somma degli effetti delle polveri, dell’inquinamento, del rumore. L’esperienza del cantiere di base del San Gottardo a Bodio, testimonia che in ambiente di valle, soggetto a forti venti, il problema delle polveri è irrisolvibile. Tutti gli accorgimenti adottabili non reggono ad un forte vento, e tantomeno ad un Föhn alpino. Nel 2006, 103 medici della valle di Susa hanno pubblicato un appello in cui si esprimono le forti preoccupazioni per la salute della popolazione connesse con l’apertura di grandi cantieri.Il problema dell’amianto, poi, è stato minimizzato: si ammette la presenza di amianto solo per i primi 500 metri. Si tratta della zona di Mompantero, dove per anni LTF ha negato che si potessero trovare rocce amiantifere. Ma anche se la sua presenza è particolarmente massiccia in bassa valle, è errato ignorare la sua sporadica presenza anche in alta valle. Basti ricordare che fu a causa della presenza di rocce amiantifere che l’impianto olimpico di bob fu spostato da Sauze d’Oulx a Cesana, e che la presenza di queste rocce sta bloccando e ritardando da anni i lavori della circonvallazione di Claviere. Le misure di cautela e di smaltimento per l’amianto proposte da LTF mostrano un problema ancora irrisolto. Dire che lo si chiuderà in sacchi per spedirlo in Germania significa non rendersi conto che anche solo 500 metri di tunnel di base corrispondono a 170.000 mc, pari al carico di 17.000 TIR. I trattamento con l’acqua, lega solo momentaneamente proprio la parte più fine, delle polveri, ma poi la libera o la deposita con sorprendente facilità, soprattutto nella percolazione alla base dei mucchi: da qui il vento la sposta ovunque.
Le mineralizzazioni di uranio ( Pechblenda ) sono una realtà: il problema era stato rivelato nel 1998 dalle associazioni ambientaliste, ma LTF ed i suoi consulenti lo avevano lungamente negato. Nell’attuale studio di VIA per il tunnel di base non se ne parla nemmeno. Eppure il gruppo dell’Ambin che sarà attraversato dalle gallerie è stato oggetto di fruttuose ricerche da parte francese nel 1980 con la Minatome, e da parte italiana nel 1959 con la Somiren e, nel 1977, l’ Agip Mineraria; e su entrambi i versanti si è ipotizzato un suo sfruttamento. Si afferma che sono stati effettuati dei carotaggi nei dintorni del tunnel geognostico e che tutti i valori “rientrano nella norma”. Appare peculiare, innanzitutto, che proprio nella zona dove si pensa di costruire il tunnel geognostico e poi il tnnel di base, decine di chilometri in totale, sia assente la presenza di uranio, quando tutta la Valle di Susa abbonda (se ne contano ben 28) di affioramenti di filoni uraniferi. In realtà, nulla si conosce su quello che si incontrerà scavando. Inoltre, le valutazioni indipendenti effettuate sulla base di “valori normali” del contenuto di uranio prevedono, a causa dell’emissione di gas radon da parte di queste rocce con “contenuti normali”, la necessità di ricambiare ogni ora l’intero contenuto di aria del tunnel in fase di scavo, oltre al problema della risospensione di poleveri e al dilavamento del materiale di smarino.
Per lo smarino, infine, i volumi totali scavati sono 18,4 milioni di metri cubi. Il progetto prevede un riutilizzo di 8,7 milioni di metri cubi, pari al 47% ma, in mancanza di giustificazioni, tale percentuale appare troppo alta considerando che nei progetti precedenti la quota di riutilizzo era intorno al 27%. Tenendo buona questa percentuale il riutilizzo è di 5 milioni di metri cubi. Il progetto prevede anche la vendita di 4,7 milioni di metri cubi. Anche qui si tratta di una ipotesi che non era mai emersa nei precedenti 10 anni di progettazione e che pare figlia di un progetto analogo effettivamente esistente per il tunnel del Brennero, ma in quel caso si tratta di graniti il cui interesse commerciale è completamente diverso da queste rocce. In mancanza di spiegazioni l’ipotesi è da rigettare. In realtà, una stima conservativa darebbe un volume da mettere a discarica sul lato italiano di 15 milioni di metri cubi, pari al volume di 6 piramidi di Cheope, il triplo di quanto dichiarato dal progetto. E quindi per 2/3 senza alcuna ipotesi di collocazione a discarica.
Vediamo quanto successo in passato, parlando dell’alta velocità Firenze-Bologna e del Mugello. La prima lezione del Mugello è stata che in una grande opera ti dicono che faranno tutto per bene, che hanno pensato a tutto e che instaureranno un rapporto di piena collaborazione con il territorio: invece sono stati 14 anni di scontri. La realtà è stata quella di tecnici arroganti, nessuna azione preventiva, ma una continua rincorsa delle emergenze.I cantieri producono inevitabilmente rumori, polveri, disturbo, inquinamento e stravolgimento dell’ambiente: l’esperienza della autostrada sembrava aver mostrato tutto quello che non si doveva fare. Per il cantiere della centrale idroelettrica tra Pont Ventoux e Susa fu creata una Commissione Paritetica con i comuni interessati, che si doveva riunire una volta al mese, ed una Alta Sorveglianza dei lavori con poteri di intervento diretto. Ma nella realtà ci vollero tre anni dopo l’inizio dei lavori prima che la Provincia nominasse il suo rappresentante e si potessero fare le prime riunioni, sull’onda del problema della presenza di rocce uranifere che era stato sollevato dagli ambientalisti. Però subito dopo tornò il silenzio, e le proteste degli abitanti di Susa per i camion che attraversavano il centro abitato trovarono il vuoto. Gli organi di controllo servono a poco se gli enti che li sovrintendono sono pregiudizialmente dalla parte di chi fa i lavori.
In ultimo, nessun cenno viene fatto al problema del dissesto idrogeologico in seguito alla presenza degli scavi dell’opera, alla sparizione di fonti, falde, corsi d’acqua, all’enorme spreco di una risorsa preziosa come l’acqua. Il Mugello insegna. Non aggiungiamo nulla a quanto scritto in un nostro precedente articolo: le belle parole passano, i grandi disastri restano, al Mugello, e resterebbero anche in Valsusa, qualora questa pazzia venisse effettivamente messa in opera. Ma tutte le evidenze – foss’anche soltanto la rigidità e pervicacia di chi dice “discutiamone pure, ma non si discute che l’opera si faccia” (un ossimoro quasi comico) – ci fanno capire come la vada a pochi. Occorre soltanto capire quanti ulteriori soldi pubblici verranno sprecati prima che il penoso progetto venga abbandonato.
Massimo Zucchetti